Oggi ho vagato ancora tra quei vicoli in cui amavamo perderci.

Li ho percorsi uno a uno, come se ogni passo potesse scrostare il tempo e restituirmi un frammento di te. Ho lasciato che l’aria umida mi graffiasse la pelle, come se in quel respiro potesse nascondersi la tua ombra. E mentre quel labirinto sembrava aprirsi davanti ai miei passi, nel mio cuore accadeva l’esatto contrario: si stringeva, si contorceva, si richiudeva su ciò che non ho mai davvero lasciato andare. Un nodo, un fiato trattenuto, un ricordo che non sa morire. Ricordavo ogni svolta, così come ricordo ogni tuo gesto.

Vorrei dirti che ti ho cercato nei volti che mi sfioravano, che per un istante ho creduto di riconoscerti nel passo distratto di uno sconosciuto. Vorrei dirti che ti ho visto attraversare le strisce mentre io aspettavo che il semaforo diventasse verde e tu, incurante come sempre, non ti fermavi mai.

Vorrei dirti di aver riconosciuto la tua risata in un bar troppo affollato, di aver intravisto la tua ombra superarmi di un istante. Vorrei dirti tutto questo perché suonerebbe più dolce, più poetico, più sopportabile. Vorrei dirtelo perché renderebbe tutto questo meno crudele, per dare una forma più gentile a ciò che siamo stati, per raccontarci una storia migliore di quella che siamo stati.

Vorrei farlo, davvero. Ma non posso: non ti ho cercato dove sarebbe stato bello trovarti.

La verità è che ti ho cercato nei posti in cui non eravamo felici. Ti ho cercato nelle crepe dei muri, in quelle linee fragili che resistono finché qualcuno non decide di spezzarle. Ti ho cercato nei graffiti che deturpano quei vicoli stanchi, e mi sembrava di leggere il tuo nome ovunque, come un richiamo ostinato che ora però suona lontanissimo. Non ti ho cercato nella luce, nel punto in cui la tua mano ha chiuso per la prima volta la mia e il mio cuore ha strappato un battito in più. Ti ho cercato dove avrei voluto odiarti.

Eppure non ti ho mai odiato davvero. Nemmeno quando avrei potuto, nemmeno quando sarebbe stato più facile. Ma ti ho cercato lo stesso dove la tua presenza mi rincorreva inquieta, dove pesava su di me come qualcosa che non riuscivo più a lasciare indietro.

Perché in fondo siamo stati questo: un’ombra che insegue ancora, un nome che punge, un ricordo che preferisce sanguinare anziché guarire.

Oggi ti ho cercato ancora. E sì, lo ammetto: una parte di me voleva trovarti, fosse anche solo per essere trafitto un’altra volta. Il dolore, quando ha la tua forma, sembra quasi una casa.

Ma per la prima volta sono felice di non averti trovato. Perché forse, finalmente, sto imparando a respirare senza il fantasma del tuo passo accanto al mio. Forse sto imparando a perderti davvero, e le strade vuote non sembrano più promettere il tuo ritorno.

E mentre tornavo indietro, tra quei vicoli che tutto sanno e tutto tacciono, ho capito qualcosa che mi ha dilaniato: non eri tu a mancarmi. Era il me che ero quando ti guardavo.

E quello, finalmente, l’ho lasciato lì, tra i muri scrostati e una città che non ci nomina più.